Prestiti bancari: procedure più rigide

Chiedere alle banche di rafforzare il loro patrimonio e contemporaneamente di erogare più credito a famiglie e imprese sembra impossibile. E infatti nel quarto trimestre del 2009 – secondo un rapporto pubblicato ieri dalla Bce – le condizioni dei crediti in Europa hanno continuato a peggiorare. La chiusura dei rubinetti delle banche è rallentata rispetto al secondo e al terzo trimestre del 2009, ma non si è ancora arrestata come le stesse banche avevano previsto poco tempo fa. E il motivo principale va cercato proprio nei più stringenti requisiti patrimoniali: le banche irrigidiscono le condizioni dei finanziamenti perché sono costrette a rafforzare il loro capitale. È paradossale ma è così: la necessità internazionale di avere istituti più solidi si sta trasformando in un boomerang per imprese e famiglie. Certo, proprio ieri i nuovi dati sulla massa monetaria hanno dimostrato che l’effettiva erogazione di credito ai privati a dicembre ha smesso di calare (da -0,7% a 0%). Ma lo studio della Bce dimostra che le banche ancora hanno un atteggiamento restrittivo.
La Banca centrale europea ha realizzato un sondaggio tra 118 istituti europei, come fa ogni trimestre, e ieri ha pubblicato i risultati. Il primo punto fermo della ricercaè che il credito nel Vecchio continente continua a contrarsi, seppur in modo più blando rispetto ai mesi passati. Nel quarto trimestre del 2009 la percentuale di banche che ha applicato condizioni restrittive sul credito alle imprese è stata del 3% superiore alla percentuale di banche che invece ha allargato i cordoni: livello ben più basso rispetto all’8% del terzo trimestre e al clamoroso 21% del secondo. Questo significa che la situazione migliora, ma non abbastanza. E, soprattutto, non tanto quanto le stesse banche avevano previsto, dato che nel precedente sondaggio si erano dette convinte che per fine 2009 la stretta creditizia sarebbe terminata.
Dati simili per le erogazioni di mutui. Le banche che hanno “stretto” sono state il 3% in più di quelle che hanno allentato le condizioni dei finanziamenti per la casa: anche in questo caso il miglioramento è forte rispetto alle percentuali dei trimestri precedenti (14% e 22%), ma ancora non sufficiente per uscire dal tunnel della morsa creditizia. Peggio ancora per il credito al consumo, dato che la percentuale netta di banche che continua a “stringere” è del 10%, contro il 13% nel terzo trimestre 2009. Incerto anche il futuro. Le banche che hanno partecipato al sondaggio prevedono un lieve peggioramento sul fronte delle imprese nel primo trimestre 2010, dato che la percentuale netta di istituti più rigidi salirà dal 3% al 4%. E questo non è un bene, soprattutto se si considera che tre mesi fa le stesse banche prevedevano credito più fluido per l’inizio del nuovo anno. Lievemente migliori le prospettive per i mutui, che dovrebbero frenare un po’ meno rispetto a fine 2009.
L’aspetto più interessante è che le ragioni della stretta non riguardano le previsioni economiche o i problemi di liquidità delle banche. Anzi: questi elementi stanno giocando a favore del credito. Le banche europee oggi hanno infatti un più facile accesso al mercato finanziario e, contemporaneamente, hanno anche una maggiore liquidità. Questi due temi (accesso al finanziamento e liquidità) che tanto avevano pesato sul sistema creditizio nel 2008 e nel 2009, a fine anno non erano dunque più visti come problemi. Questo è positivo. Si sono anche allentate le preoccupazioni sull’andamento economico: altro elemento favorevole per i finanziamenti. Allora perché le banche continuano a tirare il freno sul credito? Il motivo che emerge dal sondaggio è semplice: la loro necessità di rafforzarsi dal punto di vista patrimoniale ha un costo, e questo limita l’erogazione di finanziamenti.
Da quando è scoppiata la crisi finanziaria, infatti, alle banche è stato chiesto di aumentare il capitale e di migliorarne la qualità (più azioni e meno titoli ibridi). Già oggi gli istituti europei sono più solidi di un tempo: secondo i calcoli più recenti della Bri, nel terzo trimestre del 2008 le prime 20 banche europee avevano un «Core Tier 1» pari al 6,5%, mentre al terzo trimestre 2009 questo indicatore di solidità risultava salito all’8,3%. E in vista di «Basilea 3» la forza delle banche è destinata ad aumentare. Il problema – denunciano gli istituti nel sondaggio della Bce – è che questo rafforzamento sta pesando sull’erogazione di nuovo credito. L’effetto paradossale della richiesta di maggiore solidità delle banche, dunque, è che a pagarne le spese sono – almeno ora – imprese e famiglie.
Un altro elemento che pesa sull’erogazione del credito è poi la scarsa domanda. Le imprese che hanno ridotto la richiesta di finanziamenti sono state l’8% in più di quelle che l’hanno aumentata. Sebbene questo dato sia migliore del 20% precedente, questo dimostra che l’attività industriale ancora langue. Motivo: ci sono pochi investimenti (-34%), poche fusioni (-24%) e contemporaneamente si assiste a un crescente ricorso a fonti alternative di finanziamento come i bond. Cresce invece la domanda di mutui da parte delle famiglie: segnale che il mercato immobiliare migliora.

Finanziamenti alle imprese, in arrivo nuove attenzioni del fisco

Il fisco da maggiore attenzione ai finanziamenti alle imprese.
Il trattamento tributario di queste e altre operazioni di finanziamento bancario è oggi nel mirino del Fisco.
Cominciamo dal problema della sostituzione delle operazioni a breve termine con mutui a lungo termine che sta creando non pochi grattacapi alle banche d’affari e ai grandi studi legali da sempre “abituati” a strutturare le acquisizioni di aziende con procedure operative simili a quella descritta nello schema pubblicato in questa pagina, dove si vede che l’operazione di acquisto nasce spesso con il supporto di un finanziamento a breve termine (cosiddetto bridge, cioé un finanziamento- ponte).
Il bridge è un’operazione soggetta a Iva ma esente dall’applicazione di questa imposta e quindi non genera costi per la nuova società che riceve l’erogazione; il pegno delle quote e delle azioniè soggetto a imposta di registro, ma ha un costo tributario irrisorio perché la base imponibile è rappresentata dal valore nominale delle partecipazioni (e non dal loro valore effettivo, né dal valore garantito) e perché l’aliquota è pari allo 0,5 per cento di detto valore nominale.
Quando poi il bridge viene sostituito dal finanziamento senior, si sconta l’imposta sostitutiva dello 0,25% sull’importo finanziato (in quanto si tratta di una operazione a medio/lungo termine); questa imposta assorbe i tributi dovuti per ogni altra operazione connessa (il pegno su quote o azioni, le ipoteche e la cessione di crediti in garanzia, come accade, ad esempio, quando nel patrimonio della società precedente, target, e ora della newco vi siano immobili suscettibili appunto di ipoteca e che, messi a reddito, fruttano un canone periodico).
Se quanto fin qui descritto era dunque pacifico fino a poco tempo fa, le acque ora si sono assai agi-tate, complice una lite che ha visto il Fisco vittorioso in secondo grado (Ctr Lombardia, sentenza n. 119 del 5 novembre 2009), dopo essere stato soccombente in primo grado (Ctp di Milano, sentenza n. 96 del 3 luglio 2008): un avviso di liquidazione con richiesta di pagamento di un’imposta dal colossale importo di oltre 30 milioni di euro in relazione a un finanziamento di circa 800 milioni, garantito da ipoteche per oltre 1,5 miliardi.
Questo finanziamento messo sotto osservazione dal Fisco è il classico senior , stipulato appunto per estinguere un bridge . Operazione alla quale, per la Commissione regionale, non può applicarsi la sostitutiva dello 0,25% ma va applicata l’imposta ipotecaria del 2%, perchè oggetto di imposta sostitutiva possono essere solo i finanziamenti destinati a «investimenti produttivi» e tali non potrebbero considerarsi quelli che estinguono altre passività, in quanto essi consisterebbero, di fatto, nel riscadenziamento delle obbligazioni che il soggetto finanziato ha già in essere.
Ora,non c’è dubbio che le operazioni di dilazione di pagamento non possano essere beneficiate dall’imposta sostitutiva in quanto non sono qualificabili come «finanziamenti» (si veda Cassazione n. 4530/2002 e n. 4611/2002). Ma da qui c’è indubbiamente un bel salto per giungere a qualificare come operazione «non produttiva» quella di sostituzione dei debiti a breve con strutture finanziarie che consentono all’impresa di non avere il respiro corto, di poter compiere investimenti e quindi politiche durevoli di medio/lungo periodo.
Infatti,mentre nell’operazione di riscadenziamento di debiti non c’è nuova finanza in campo, ma solo rinegoziazione delle regole che disciplinano il finanziamento esistente (cosicchè le garanzie concesse in sede di ricontrattazione non possono dirsi certo rilasciate a cautela dell’erogazione di un finanziamento), nella chiusura di un bridge con un finanziamento di lungo termine vi è invece nuova moneta sul tavolo, e cioè la sostituzione di un prestito “semplicemente” finalizzato alla realizzazione di una acquisizione con una struttura finanziaria focalizzata al pluriennale esercizio dell’attività d’ impresa. Tutto si può dire, meno che il “senior” non sia un finanziamento destinato a «investimenti produttivi».