Non solo convenienza, si sceglie la buona reputazione.
Spostare o traslocare il proprio conto corrente per cercare migliori condizioni e servizio. O anche per sanzionare comportamenti e scelte sgradite. Questa seconda opzione, certamente più “politica”, aggiunge all’attenzione per i propri soldi una sensibilità del risparmiatore per la destinazione di impiego del proprio denaro denaro. Visto dalla parte delle banche vuol dire che non basta offrire le migliori condizioni di mercato se poi la reputazione è molto negativa. Per questo si lavora molto a comitati etici per gli investimenti e a politiche di responsabilità sociale.
In queste settimane negli Stati Uniti si discute molto della campagna “Move your money” che invita i consumatori a spostare il proprio denaro dai colossi finanziari alle community banks.
È un effetto dell’onda lunga nata dal dissolvimento di valore dei prestiti subprime, la crisi finanziaria che ne è seguita e i pesanti riflessi sull’economia e sull’occupazione. Può nascere anche in Italia un movimento “dal basso” per mandare segnali di insoddisfazione? La delusione non manca.Emerge una grande perplessità per le condizioni e la qualità della consulenza.
Manca il passaggio successivo, la chiusura e il trasferimento del conto. Il turnover dei clienti bancari resta quel limitato 6-7% storico raccolto dalle rilevazioni ufficiali. Poco. Come mai? In Italia le banche, anche le più grandi non hanno abbandonato l’attività di territorio e se lo hanno fatto si stanno pentendo. Per questo il malumore del risparmiatore viene riassorbito. Negli Stati Uniti il movimento dei consumatori, nei suoi vari filoni, ha una storia consolidata e reagisce a campagne. In Italia non è così, non c’è la pratica di punire una determinata società. Semmai si cambia interlocutore, come avviene spesso a ridosso di grandi aggregazioni, si fatica a riconoscere la banca di sempre. Prevale la banca di sempre, forse anche per pigrizia. Certo, si chiude il conto e si riapre da un’altra parte quando si cambia abitazione (ma il nomadismo sociale non è così diffuso) o quando si cambia da conto tradizionale all’online. Magari transitando da uno dei diffusi conti deposito. Governo, Bankitalia e Antitrust hanno insistito molto sulla portabilità vera dei conti correnti, tagliando le spese di chiusura e rimuovendo ostacoli. Dalle rilevazioni effettuate dal Consorzio PattiChiari emerge che in quasi tre anni anni oltre 28 milioni di utenze hanno cambiato banca (la media è di cinque utenze per conto corrente). Le liberalizzazioni su conti e mutui hanno ottenuto dei risultati in questo momento possono soprattutto i correntisti. Le imprese, in questa fase, sono molto dipendenti dalle loro banche. Si arriverà a cambiar banca anche per la cattiva reputazione nelle scelte sociale? Certamente, sarà un elemento importante nella valutazione di una banca e del resto le regole di Basilea 2 segnalano un rischio di reputazione.